venerdì 23 febbraio 2018

I fedeli laici: unica speranza per un clero ammalato di potere.

Tempeste. Una dietro l’altra. Tempeste mediatiche, numeriche, emotive. Mi riferisco alle tante notizie che affollano i media cartacei, televisivi, della rete e che riguardano la vita del clero cattolico. Accusato oggi di non vivere il celibato in favore di condotte omosessuali, ieri di esorcizzare (e/o molestare) piccole ragazze con il demonio in corpo, l’altro ieri di pedofilia e domani chissà di cos’altro. Si tratta di questioni scottanti, complesse, lette all’interno del clero a volte a partire da un timore scandalistico, a volte nel senso spiritualizzante di una conversione individuale e altre volte alla luce di movimenti politici più o meno occulti che si servirebbero di notizie da gossip o da cronaca nera per assediare ancora una volta la chiesa romana, con i forzieri provenienti dall’otto per mille. Personalmente non sento di identificarmi con nessuna di queste posizioni. E’ da ormai diverso tempo che quando vengo a conoscenza di queste notizie cerco di non lasciarmi tirare giù dalla voglia di gossip ma di allargare piuttosto lo sguardo e magari, perché no, farlo scendere in profondità. E, forse per un senso di rivalsa rispetto ad una matematica in cui sono stato sempre una schiappa, cerco di trovare il comun denominatore  riguardante le situazioni su cui rifletto e medito. Un esercizio a volte molto complesso e delicato, se non rischioso, in un’istituzione ecclesiale in cui la libertà di vedute è limitata da un magistero che sembra non potersi mettere in discussione. Ci provo anche questa volta però e mi pongo questa domanda: cosa accomuna l’esercizio di un potere medievale tramite un esorcismo rivolto ad una bimba fragile con il fenomeno dei preti milionari e goderecci? E tutto questo come si rapporta al problema della pedofilia all’interno del clero, dello scarso numero di vocazioni presbiterali e a quello della doppia morale? Ad esempio nel caso dell’omosessualità mentre si continua ad indicare gravemente scorretta la situazione di chi la vive, è pienamente tollerata all’interno del clero… ed è a questa doppia morale che spesso ci si appiglia accusando come l’istituzione ecclesiastica. Chissà...se forse si usasse misericordia e tenerezza verso tutti in  tutti gli ambiti ci sarebbero meno spigoli a cui aggrapparsi. Ma torniamo alla domanda: cosa accomuna tutte queste questioni diverse, alcune apparentemente molto lontane tra loro? La concezione stessa del sacerdozio cattolico. Questo è la mia risposta, certamente opinabile. Una concezione errata del sacerdozio a partire dal suo stesso nome. Non è questa la sede di una ricostruzione storica di come siano andate le cose ma non posso dimenticare quanto un colto prete dopo l’ordinazione presbiterale mi disse: “Gennaro ricordati che sei un presbitero, non un sacerdote”. Ogni giorno capisco meglio quell’affermazione. La Scrittura sostiene pienamente che l’unico sacerdote è Cristo e chi guida la comunità ha tutt’al più il ruolo di sorvegliante cioè vescovo, di anziano cioè presbitero, di diacono cioè servo. Tutti incarichi e ministeri che hanno a che fare con delle relazioni improntate al servizio, alla vigilanza paterna, all’esperienza di fede da condividere. Incarichi e ministeri mai in accordo con i verbi del potere, con i munus di cui è pieno il diritto canonico e la teologia del sacramento dell’ordine. Il sacerdozio cattolico oggi più che mai andrebbe riconsiderato e ricollocato nella giusta dimensione evangelica,  anche alla luce degli studi storico-critici che consentono di risalire a quello che era il pensiero originario di Gesù di Nazareth e della sua prima comunità. Noi abbiamo fatto, nei secoli, di un ministero e di un servizio un potere e una potestà. Ci siamo rivestiti di sacro e spogliati di umano, credendo di poter coprire con i paramenti sacri la fragilità dei corpi e dei cuori,  simili a ai corpi e ai cuori di tutto il genere umano. Abbiamo tentato di confondere con incensi variegati l’odore della vita, delle passioni e delle pulsioni che pure abitano la nostra vita come la vita di tutti gli umani. Abbiamo cercato di divinizzare la nostra presenza, creando un mito sociale le cui conseguenze ci si stanno ritorcendo contro in termini di aspettative, attese, pressioni,  richieste. Abbiamo  voluto far credere a tutte le nostre comunità, con l’aiuto magari di qualche laico affezionato, che il clero così come lo pensiamo noi (cioè il clero stesso) è essenziale alla vita e alla continuità della chiesa quando potrebbe (e dovrebbe) essere ripensato e riformato alla luce  delle esigenze odierne della comunità e della comprensione attuale dell’intenzione di Cristo espressa dal Vangelo. 

Il problema è che il sacerdozio cattolico è concepito unicamente come un potere. Fatta salva la pace di chi cerca di viverlo come un servizio e di coloro che pongono l’accento su altro.... Il potere. Il credere di ricoprire un ruolo di potere e viverlo in questo modo, magari autorizzati se non stimolati da tutta una teologia mitologica che ha prodotto nei fedeli un senso di bigottismo medievale, terreno fertile per la manipolazione delle menti. Un potere manipolativo che consente allo psicopatico in talare di turno di far del male ad una ragazzina esorcizzandola, che permette alla persona con difficoltà affettive più o meno serie di rifugiarsi in un’istituzione che si mostra asessuata e che dona in cambio una forte identità sociale grazie alla quale, magari, poter vivere di nascosto qualche pulsione perversa e incontrollata. Un potere che come tutti i poteri vive una morale a doppio senso, non tollerando negli altri ciò che tollera in sé, proprio come quei politici corrotti o quei farisei dal doppio peso di cui parla Gesù. Un potere che affascina e nelle cui brame cadono giovani a volte mossi dal più bello degli innamoramenti e dal più spirituale degli entusiasmi ma che poi si ritrovano, dopo qualche anno di sacerdozio, a fare i conti con quel l’umanità che avevano sotterrato sotto la magia dell’abito nero, garante di tante attenzioni e ammirazioni, pane buono per i narcisismi del nostro tempo. Un potere che come molti poteri non si interessa solo a norme e leggi morali ma anche al portafogli delle persone: basti pensare a come nella nostra esperienza ecclesiale i laici, anche nelle questioni economiche (si tratta dei loro soldi) hanno nel migliore dei casi solo un potere consultivo e mai deliberativo: la cassa è sempre e solo nelle mani del clero. 





Un potere che come tutti i poteri non vuole cambiare, non vuole ripensarsi, non fa crescere gli altri e non riforma se stesso per la paura forse di guardarsi allo specchio e scoprirsi semplicemente ciò che si è: uomini come gli altri, fragili, poveri, deboli e nello stesso tempo preziosi, amati e bellissimi. Cristiani come gli altri: non persone chiamate a seguire Gesù più da vicino, predilette dal Santo o dalla Madonna di turno, con un potere sacro e una capacità di mediazione divina. Forse è proprio a da  questa cattedra di normalità che occorrerebbe ripensarsi. Magari a partire da questo ripensamento le comunità diverrebbero adulte, meno dipendenti, davvero ministeriali. Comunità in cui tutti, nella diversità dei servizi e dei carismi, possono sedersi alla stessa mensa senza distinzioni di potere e di rango. In fondo anche oggi, almeno per me, vale quanto affermato dal grande De André: bisogna fare un po’ di strada per evitare di “diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”.  Spero che i tanti cristiani cattolici, chiamati “laici” dal clero, sappiano capirlo presto aiutando noi, membri di questa classe scelta, a convertirci e cambiare rotta. 

domenica 18 febbraio 2018

La tratta nascosta. Quando il potere maschilista e la corruzione di qualche superiora generano orrori nel cuore della chiesa.

Questa sera, al telefono con un vescovo del Sud Italia, commentando una questione sento dirmi: " Prima di parlare alla gente della tratta delle schiave, dovremmo avere il coraggio di porre fine alla tratta delle suore". Beh, una parola senz'altro forte, condita da note di spontaneità e di sfogo, nate dal cuore di chi, magari, in questi giorni si è trovato dinanzi a situazioni assurde. Situazioni assurde di cui è piena la nostra Chiesa, romana, cattolica e non di rado borghese e maschilista. Situazioni spesso volute e gestite da donne con cuori leggeri e tasche profonde. Qui non mi riferisco tanto alla tratta delle novizie di cui parlò Francesco nel 2014 (cosa che resta grave) ma a quelle situazioni di donne "serve"





nei confronti delle quali spesso, il clero, basso o alto che sia, fa finta di niente, preferendo di seguire le orme del sacerdote e del levita della famosa parabola che pur vedendo passarono oltre. E' sotto gli occhi di tutti il fatto che siamo pieni di religiose che vengono dai paesi poveri, asiatici, africani o latino-americani. Molte di queste - le generalizzazioni sono sempre da evitare - scelgono la vita religiosa con motivazioni diverse, non sempre adulte e serene, spesso affidandosi a donne o uomini carismatici che prima le educano con un terrorismo d'altri tempi e poi le manipolano "vendendole" come forza lavoro a frati, monsignori, preti bisognosi di chi pensi alla loro mensa e ai loro calzini. Suore cameriere. Suore serve. Suore cuoche. Suore sarte. Suore spazzine. Per carità, tutte cose belle se vissute in modo sereno e non coercitivo, perché anche di questo c'è bisogno e anche di queste cose (o forse soprattutto) è fatta la carità. E lo dico vivendo con delle religiose sempre pronte ad aiutarmi in faccende anche umili ma capaci di farlo con gioia perché convinte dell'amore fraterno che nutro per loro e con il quale ogni giorno cerco di custodire la loro gioia. Ma quando queste mansioni vengono ottenute a partire dal proprio potere maschilista, clericale ed economico, beh allora siamo fuori dallo spontaneo servizio di carità e siamo nell'ottica dello sfruttamento. Mi è capitato in questi giorni entrando in un convento di parlare con dei frati. Uno mi dice, riferendosi alle sue suore: "Sai, loro fanno il loro servizio ma non conosco le cose loro, non so niente della loro vita". Un altro pure dice di non interessarsi a loro: dalla vista si direbbe che della loro vita davvero non sa niente ma  da alcuni racconti sembra sia molto interessato alla loro cucina. Com'è possibile che un prete non si preoccupi della vita di coloro che con umiltà e dedizione lo aiutano nella gestione della casa, della mensa quotidiana, delle faccende domestiche? Io credo che in  questi casi non si conosce solo ciò che non si vuol conoscere e non si vede solo ciò che non si vuol vedere. E il potere maschilista e buontempone, alleandosi spesso a matrone - superiore, esperte in plagio e denaro, non vuole vedere il grido silenzioso di tante religiose che vorrebbero essere trattate non come manovalanza a basso prezzo ma come donne ricche di dignità oltre che di sorrisi, donne a cui si deve rispetto e protezione, perché magari lontane migliaia di chilometri dalla propria casa e "esposte" al pericolo come le vedove e gli orfani del Primo Testamento. Meno male però che ci sono vescovi e preti che non passano oltre, che si adoperano con decisione, laddove ne vengono a conoscenza, per mettere fine a questa tratta, una forma tuttora contemporanea di schiavismo. Nel cuore della nostra Chiesa. Forse la conversione per gran parte del clero coinvolto in queste storie, potrebbe iniziare proprio da qui. Proprio oggi. In quest'ennesima Quaresima che rischia di allontanarsi dalla sua dimensione di "segno sacramentale della nostra conversione" per essere il segno tangibile della nostra ipocrisia.

domenica 11 febbraio 2018

Quando i profeti non profetano. A proposito di omosessualità e delle recenti vicende torinesi.

I profeti, almeno come la Scrittura ce li presenta, non sono mai stati campioni di diplomazia, persone dalla lingua sibillina, opinionisti dalle mezze verità. Non di rado, anche a costo della vita, si sono  fortemente esposti: forse perché a loro la vita non ha chiesto ciò che (forse) ha chiesto agli uomini di potere, chiamati sempre a contrattare, a negoziare, a tenere insieme pezzi che a volte insieme proprio non ci stanno. Eppure i potenti hanno bisogno dei profeti: sono antenne che intercettano il futuro, artisti capaci di scrutare l'ampiezza incontenibile del volto di Dio, del suo Amore liberante. Ci sono gesti profetici anche oggi, anche nell'esperienza ecclesiale cattolico-romana: profezie a volte mosse dallo stesso Papa che disegna profili di accoglienza e solidarietà tentando anche di allargare gli spazi di vita e di speranza a partire dalle condizioni reali dell'uomo contemporaneo; uomini e donne che rimarcano l'importanza di tornare all'essenziale della fede come tante esperienze monastiche insegnano; esperienze di famiglie dedite all'annuncio e al servizio in un modo così "totalitario" che con la loro esistenza mettono in dubbio una delle motivazioni "pratiche" tanto declinata per il celibato presbiterale, quella che del "tempo che non basterebbe".  E poi c'è un altro campo della profezia, quello di chi si dedica con passione all'accoglienza e all'annuncio del Vangelo alle persone e alle coppie omosessuali, gente ferita spesso dalla paura di un giudizio sociale che, nonostante le apparenze, resta molto ostile, gente ferita dalla stessa potenza anonima di una dottrina che continua a ritenere l'omosessualità un disordine oggettivo e - teoria vecchia nonchè scientificamente assurda ripresa dalla Congregazione per il Clero nel 2016 - un fattore che ostacola gravemente il corretto relazionarsi agli uomini e alle donne. Beh, con gli animali e le piante sembrano non ci siano appurate difficoltà. 




Venendo all'oggetto di questo post ho seguito, come tanti altri, le vicende del ritiro per persone omosessuali annullato, dopo malumori di taluni gruppi di fedeli, dal Vescovo Nosiglia e rinviato ad altra data.  Come mai un Pastore di una diocesi così importante, insieme a persone, preti, religiosi e laici che lavorano in quest'ambito di frontiera non hanno previamente considerato il sorgere di eventuali lamentele? E come mai hanno fatto marcia indietro? Se nel giusto perchè non hanno proseguito? Ecco, questo è il punto. Canonicamente, ufficialmente, dottrinalmente almeno che non si premetta con chiarezza la necessità della castità assoluta e di un orientamento sessuale che assume i tratti del sacrificio e della croce - giusto per essere chiari - si è fuori dalla dottrina ufficiale della Chiesa romana. A dispetto di ogni pronunciamento pontificio ad alta quota (il documento della Cogregazione del Clero è successivo al famoso "chi sono io per giudicare").

Ecco, vorrei dire con franchezza cosa penso. Penso che occorre smetterla di fingere che il problema sia l'approccio pastorale, il linguaggio spirituale, il rapporto con la grazia, ecc. ecc. Bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno. Di dire che la Chiesa ritiene l'omosessualità un disordine oggettivo. Punto. Senza repliche. Senza ambiguità. Senza un parlare sibilino.  L'ambiguità fa più male di una certezza spiacevole. E laddove si avesse davvero a cuore la vita di tanti ragazzi, giovani e adulti omosessuali, laddove,  contemplando il volto del Dio di Gesù di Nazareth, si leggesse  con fedeltà e competenza le Scritture che contengono senza esaurirla la sua Parola ci si trovasse con la coscienza posta dinanzi ad una "verità" diversa da quella del Magistero cattolico...cosa dovrebbe accadere?  Dovrebbe accadere che, rischiando critiche e richiami, nel nome di una profezia non negoziabile si pronunciasse quell'unica frase che potrebbe davvero sollevare e dar forza a questi fratelli e a queste sorelle: IO NON SONO D'ACCORDO
Non sono d'accordo con chi dice, ignorante delle scienze umane, che l'omosessualità è un grave ostacolo alla relazione. Non sono d'accordo ancor di più se si tratta di un membro dell'alto clero che in base a questa considerazione dovrebbe chiedere le dimissioni di un numero presumibilmente alto di preti, vescovi e colleghi di conclave. 
Non sono d'accordo sulla voyeuristica ossessione di chi vuol entrare costantemente nelle scelte sessuali degli altri come se la camera da letto  fosse il centro e il luogo più frequentato dal Vangelo che, per quanto ricordi, ce ne ha parlato ben poco. 
Non sono d'accordo con chi in nome di Dio pone pesi insopportabili e pesantissimi sulle spalle di tanta gente: penso alla difficoltà di tanti adolescenti, ragazzi, ragazze, giovani e adulti che interiorizzano dentro una paura enorme di Dio, un sentirsi sotto attacco, magari a causa anche di ciò che di simile è stato sperimentato in famiglia con i propri genitori. 
Non sono d'accordo con chi si arroga la verità sentenziando sulla vita delle persone e ritenendosi unici detentori di ciò che è giusto e sbagliato. E non sono d'accordo neanche con tutti questi incontri da ghetto: per omosessuali, per coppie omosessuali, per preti omosessuali. Incontri che alimentano spesso quel senso di vergogna, di segretezza, di timore di essere scoperti. Per carità immagino che abbiano fatto e facciano tanto bene ma sulla lunga non rendono giustizia alla causa di questi fratelli che sono feriti si, ma non a causa della loro condizione ma a causa del nostro giudizio malato così malato da considerarsi sacro e inviolabile, basato sulla legge del sacrificio inumano di se stessi. 
Non sono d'accordo. Ecco. L'ho detto. Se venisse oggi stesso da me una coppia di persone omosessuali, una coppia che cerca di vivere nella fedeltà come tutti, una coppia che come tutte le coppie sane non trova altra gioia se non quella di amare e lasciarsi amare, facendosi un pò di compagnia nel tragitto faticoso di questa vita...ecco se venisse oggi stesso da me questa coppia e mi chiedesse: "c'è qualcosa per noi omosessuali, tipo un incontro particolare"? Io mi arrabbierei e gli direi un secco e deciso...no! Gli direi forse così: amici, voglio conoscervi, stare con voi, magari leggere insieme una pagina di Vangelo ma solo per fare un pò di conoscenza, come faccio con tutti. Poi, per il resto, c'è la comunità. Non serve un percorso a parte. Non serve un'esperienza da ghetto. Serve stare insieme, con tutti, essendo liberamente ciò che si è e ringraziando Dio per questo. Certo, sapete ed è mio dovere dirvi cosa pensa una parte della Chiesa, il suo, così chiamato, Magistero. E su questo, amici miei, non posso far niente se non dir loro quello che dico a voi: non sono d'accordo". Poi li inviterei a tavola come tutti. Alla mia come a quella del Maestro. Pronto per un richiamo dai piani alti. Ma certo di aver strappato con la mia caparbietà tre sorrisi. Quello dei miei due  nuovi amici. E quello del mio Maestro e Signore.  

sabato 6 gennaio 2018

Epifania. "Dentro il cuore un remoto rumore di calda sorgente". Pensieri liberi.

L'epifania. E' una delle feste cristiane che maggiormente amo anche se talvolta la si vive con una fretta sommaria, la fretta di chi stanco di avere addobbi natalizi per casa si affretta a rimuoverli perché le feste sono finite e domani non c'è il tempo per mettere tutto apposto. E' una festa bistrattata: vista come spartiacque tra i giorni natalizi e il ritorno ad un ordinario senza festa (l'epifania tutte le feste porta via); vissuta come momento fatidico in cui disporre sul presepe le statuine dei tre re che però avranno al massimo qualche ora di vita, prima di tornare in cantina;  affrontata come si affronta un bilancio, bilancio del peso corporeo post natalizio, bilancio delle cose monotone che occorre riprendere  a fare, bilancio e preventivo delle cose sospese e di quelle rimandata a "dopo le feste".
Eppure a me questi tre personaggi misteriosi e affascinanti mi interpellano sempre e con forza e fascino in costante aumento. E' chiaro. Chi ce li presenta è l'evangelista Matteo che certamente non ha l'intento storico di dirci come è andato il fatto. Matteo vuole dirci qualcosa su Dio, sulla sua rivelazione in Gesù di Nazareth e certamente i suoi racconti dell'infanzia sono stati scritti per questo scopo, con la fantasia e la sapienza di chi utilizza immagini simboliche e scritturistiche precise e chiare ma certamente ben lontane dalla storia. Matteo non è un astronomo. Non è un esperto di re e pellegrini orientali. Non gli interessa il modo concreto in cui Gesù è nato e quali siano stati i suoi primi incontri. Gli interessa piuttosto far capire, tramite il suo racconto, quale sia la novità che egli ha portato e cosa questa novità richiede oggi, come sempre, ad ogni uomo che in vario modo si confronta con il mistero di Dio. Tante sono le suggestioni, le domande, i pensieri che il brano evangelico dell'Epifania provoca con la sua grande bellezza ma voglio restare su quanto ho detto. 

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  Quale novità dice su Dio? Una novità di cui abbiamo sempre bisogno: Dio non è il tesoro ristretto di un solo popolo, di una sola comunità, di una sola stirpe. Dio non è la caparra certa di chi accampa poteri su di lui o di chi crede di conoscerlo in base alle leggi terrene, ieri del tempio oggi canoniche, domani chissà cosa. Dio è inclusione. Dio è apertura. Dio è accoglienza. E' parola rivolta a tutti. E' mano tesa nella notte. E' voce che parla nel cuore dell'uomo invitandolo a guardare oltre, a lasciarsi muovere e smuovere dal desiderio bruciante, dall'inquietudine santa di chi si accorge che alla vita, ad ogni vita di questa terra manca qualcosa di importante e che questa mancanza è l'invito ad una festa di amore. Dio è l'invito. Dio è la festa. Dio è l'amore. Rivolto a tutti. Tutti. Proprio tutti. Uomini e donne di ogni razza e cultura, di ogni fede e tradizione, di ogni genere e di ogni orientamento (anche sessuale...e pensate quanto ci sia bisogno oggi di questa novità se fa notizia il fatto che un parroco non si opponga a celebrare insieme e in chiesa il funerale di due giovani fidanzati omosessuali morti in una vera e propria tragedia). Dio non conosce porte chiuse e muri alzati ma conosce solo l'arte di spalancare le porte e costruire ponti. Il Vangelo di oggi ci dice questo: Dio non è solo di Israele, come non è solo della Chiesa cattolica, come non è solo delle chiese cristiane, come non è solo dei credenti. Dio è di tutti. Ed è per tutti. E tutti possono entrare nel calore del suo abbraccio, così come commenta S. Leone Magno nella Liturgia delle Ore di quest'oggi: "Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti". Che novità perenne quella di oggi. E cosa dice a me questa novità, cosa dicono a me questi Magi fascinosi e attraenti? Mi dicono che non devo accontentarmi. Che non devo aver paura della mia inquietudine. Che devo avere il coraggio di guardare le stelle per leggere nel creato i segni di un'intelligenza creatrice che accende nei cuori di chi ne è consapevole desideri di bene e di giustizia, di pace e di amore. Questi Magi mi dicono che devo osare, muovermi e smuovermi dalle mie abitudini, dalle strade già battute, dagli orizzonti già scrutati per ritrovare nuove vie attraverso le quali ritornare alla vita. Mi dicono anche che devo imparare a non percepire me stesso come termine delle mie attese e che per quanto possa diventar saggio e dotto sarò davvero sapiente se saprò adorare non l'immagine di me o di qualche idolo, ma un bambino, il Bambino in cui batte il cuore di Dio, il cuore che solo può riempire ogni cuore:

La tua voce è ombra di sogno.
Le tue parole
sono nell'aria assonnata
petali di rose bianche.

Ai tuoi capelli dorati,
al tuo sguardo profondo,
alla tua voce velata e triste,
offro il mio manto andaluso!

E' nei tuoi occhi la nebbia
delle mattine antiche;
degli occhi indolenti,
intrisi di lontananze.

Nell'ascoltarti si sente
dentro il cuore un remoto
rumore di calda sorgente.

(Federico Garcia Lorca, Poesie d'amore).










sabato 30 dicembre 2017

Buon presente, buona vita!

Panta rei. Tutto scorre, ci dice Eraclito. Tutto, proprio tutto. E questo lo sappiamo tutti perché proprio tutti lo sperimentiamo ogni giorno nelle corse frenetiche del lavoro, negli affannosi tentativi di fermare il tempo in qualche istante felice, nell’attesa continua di quel qualcuno o di quel  qualcosa che non arriva mai.
Il tempo, come tutto, scorre. Certo. Quasi ovvio. Ma la vera questione non è il suo costante e irrefrenabile cammino ma la sua meta, il suo porto, le sue foci. Dove ci porterà questo tempo? A quale incontro dirige? Verso quale fine orienta? Ogni anniversario, ogni compleanno, ogni capodanno vissuto nel tentativo  di dimenticare questa domanda, inevitabilmente finisce per divenire uno psicodramma disperato, dove si fa finta di essere felici e allegri pur con il vuoto nel cuore. Si lo so, può sembrare la solita pippa esistenziale che  pone il “pesantone” di turno. Ma a pesare è la vita, così com è. E diviene leggera solo quando si risponde con coraggio a domande pesanti, come quelle qui poste. 




Io non so se ho trovato la giusta risposta: mi sento ancora cercatore, esploratore delle risposte vitali, mendicante di semplici certezze. E spesso mi capita, come in questi giorni, di ricevere ciò che mendico non da sapienti cattedre ma da voci - secondo gli uomini - marginali e periferiche, come quelle di Celin e Victor, diciottenni migranti nigeriani,  innamorati follemente e in attesa di incontrare la loro bimba, in arrivo tra poco più di un mese e accolti presso la comunità che dirigo. Ieri eravamo in gita, sui monti dell’alta Lucania. E, dono inaspettato, incontriamo la neve. Cosa mai vista, regalo de cielo. Domando a Celin se è contenta. La sua risposta mi smarca: si, sono contenta, sono davvero felice, è bellissimo, oggi ho chi mi vuol bene, oggi ho una famiglia, oggi ho Dio che mi regala questa neve. 
Cosa ha da essere felice questa giovane ragazza che mette al mondo il proprio figlio tra mille incertezze, nella povertà e nell’incognita burocratica della permanenza in Italia? Cosa ha da essere felice lei che ha visto la morte in faccia? Che ha conosciuto la tortura e il male? Se fossi al posto suo sarei molto più pesante di quanto sono. Ma lei no, con il suo pancione enorme è leggera. Perché? Perché non vive nel passato, non vive nel futuro ma il suo sentire è radicato spontaneamente nell’oggi, nel presente. Gran parte dei nostri problemi sparirebbero se avessimo quest’arte: il tempo di ieri può generare rabbia e malinconia, quello di domani ci offre ansia e timore. L’oggi è l’unica realtà vera, capace di aprire spazi di vita autentica: spazi di amore.  Ecco, qui sta il segreto. Nell’oggi. Il mio Maestro lo ripeteva con forza ai suoi amici: non affannatevi per il domani. È solo quando ci si radica al di fuori di quest’affanno, è solo quando si chiudono le porte in faccia al rimpianto che ha senso festeggiare il tempo. Il resto è parodia disperata della felicità. Ma io e Celin e tanti amici con i quali condivido il cammino  siamo apprendisti della felicità, a noi non è data la possibilità di accontentarci di allegrie distratte e di qualche immagine su istagram con le quali ci vogliamo autoconvincere di essere fighi, belli e felici e santi. Noi siamo assetati di felicitá, siamo innamorati dell’amore. E l’amore ha un solo tempo verbale: il presente. Buon 2018? No, grazie. Buon presente, buon oggi. Buona vita! 

domenica 29 ottobre 2017

VOGLIA DI DIAGNOSI. La moda (redditizia) dei disturbi e delle sindromi.

Non è colpa dei bambini. Questo il titolo è il succo del nuovo libro di Daniele Novara. Lo consiglio caldamente a chiunque sia impegnato nel settore dell'educazione e della psicologia dell'età evolutiva: genitori e insegnanti, pedagogisti e psicologi, neuropsichiatri e pediatri. 
Ha dato voce autorevole e dati statistici a diversi pensieri, sensazioni, opinioni che hanno affollato la mia mente in diverse circostanze, dalla pratica clinica a quella della consulenza psicopedagogica rivolta a genitori in difficoltà.

Mi sembra particolarmente importante, nel libro di Novara, la sua denuncia dell'eccessiva patologizzazione dei bambini, con un ricorso spropositato da parte di genitori e insegnanti  a neuropsichiatri e studi diagnostici. 

Leggendo i dati nazionali, difficilmente non si può far proprio il dubbio e l'interrogativo che pone il noto pedagogista piacentino: "Siamo in presenza di una generazione scompensata dal punto di vista mentale, con disturbi neurologici e psichiatrici così gravi che comporteranno conseguenze altrettanto significative nell'età adulta? Dobbiamo preoccuparci del nostro futuro? Oppure questa esplosione di diagnosi e certificazioni è (solo) un segno inquietante dei nostri tempi?" (p.65).




Nel mondo adulto vi è un desiderio di etichettare che rischia, per effetto pigmalione, di creare patologia in presenza di normali percorsi , blocchi evolutivi laddove ci si trova solo in situazioni di crescita e sviluppo peculiari e differenti:

"Il sistema degli screening e delle certificazioni produce un business indotto di dimensioni significative. L'aumento incredibile di diagnosi e certificazioni ha visto crescere di pari passo in modo esponenziale il numero dei servizi privati dedicati alla diagnostica, al potenziamento e al recupero della difficoltà. Sull'ansia e la preoccupazione dei genitori di fronte ai risultati dei  documenti sanitari, spesso di difficile lettura, sono proliferati centri e materiali di ogni tipo (...). Spesso inoltre gli strumenti utilizzati in fase di diagnosi e certificazione si basano su procedure e materiali che hanno una storia piuttosto recente e che richiederebbero di essere adoperati con una maggiore prudenza" (pp. 100-101).

Il desiderio di diagnosi da parte di adulti, genitori e insegnanti che siano, non di rado nasconde il bisogno di deresponsabilizzarsi rispetto a problematiche che prima di ogni altra terapia, medica o psichiatrica, richiederebbero di essere trattate attraverso una sana pedagogia e una corretta prassi educativa.

Per questo Daniele Novara punta direttamente ad indicare nei genitori e negli insegnanti (famiglia e scuola) i veri sistemi su cui intervenire in ambito formativo e pedagogico: è in questi contesti che i cervelli "plastici" dei nostri ragazzi si modificano evolvendosi o a volte bloccandosi a causa di condizionamenti avvertiti come traumatici e squalificanti.

Spero in un presente dove psicologi, pedagogisti e neuropsichiatri si mettano seriamente a lavorare sui contesti educativi, familiari e scolastici, negli ambienti quotidiani in cui bambini e ragazzi vivono e crescono, non medicalizzando ad oltranza, ma accogliendo piuttosto la sfida di cooperare insieme al benessere della persona, senza cavalcare falsi problemi, intervenendo con diagnosi e categorie solo dove realmente necessario, risparmiando a molti l'onta di un etichettamento fasullo. Lavorare così sarà meno redditizio ma più utile e, soprattutto, più etico. 

domenica 22 ottobre 2017

Portami via, dove il sole non piange: ogni giorno, almeno due bambini, urlano nel silenzio.

"In Italia quasi mille minori ogni anno sono vittime di abusi sessuali: circa 2 bambini ogni giorno. Ma lo scorso anno si è registrato un vero record: 5.383 minori vittima di violenza, non solo sessuale; si tratta di circa 15 bambini ogni giorno. In sei casi su 10 si tratta di bambine": questi i dati pubblicati dal Dossier della Campagna "Indifesa" di Terre des Hommes, associazione internazionale attiva nel campo della tutela e dell'aiuto ai minori. 

Si tratta di dati orribili, da togliere il sonno. Dati che svelano un mondo inquietante, che hanno il sapore di un male indicibile, la nebulosità di un'aria grigia che penetra dovunque: nei contesti familiari (sempre in testa alla classifica), come in quelli amicali, nelle scuole, nelle palestre, nelle chiese. In tutti i contesti umani. Qualsiasi luogo e ambiente può diventare il set cinematografico di questa orribile commedia fatta di verità. Una verità che spesso non si vuol vedere, non si vuol sentire, non si vuol toccare. Una verità che fa paura perché affermare che circa due bambini al giorno sono vittime di abuso sessuale significa dire anche che ogni giorno due adulti, in Italia, commettono quest'atrocità. E non sono dei mostri. 

Questo è l'altro dato che spaventa. Parlare di bambine e bambini abusati, significa parlare di uomini e donne abusanti. Di adulti, uomini e donne, di persone normali. Il vocabolario Treccani definisce il mostro come una "persona brutta e deforme, il cui aspetto incute un senso di orrore e repulsione". No. Qui si tratta di persone comuni: il buon padre di famiglia, tutto lavoro e sacrificio. La buona mamma omertosa o il bell'istruttore della palestra sotto casa. O il maestro modello, o la bidella gentile. Oppure il pretino perfetto o guru carismatico di qualsiasi fede e religione. 

Non sono dei mostri. Sono persone normali. Dalle apparenze normali. Dal funzionamento normale. Ma che dentro hanno delle parti malate. Profondamente. Inesorabilmente. Parti pericolose, provenienti da mondi caotici, da cortocircuiti cognitivi folli, da scissioni radicate oltre il visibile. Se non si inizia ad uscire dal linguaggio giornalistico del "mostro" non si sarà mai capaci di scovarli ed essere attenti anche ai piccoli segnali che lasciano sulle loro vittime. 




Solo Dio sa quanto male possono compiere questi uomini e queste donne quando la loro parte malata prende il sopravvento, quando il loro male radicale non viene affrontato, combattuto, prevenuto, isolato, gestito. 

Sono portatori sani di morte. Quella morte che entra poco a poco, come un siero potente, tra i confini violati delle loro vittime, sotto la pelle di bambini e bambine che tutti i giorni della loro vita, per tutte le ore e i secondi del loro cammino faranno i conti con una parte di sé morta, agonizzante, immobilizzata dalla paura, bloccata dalla roccia del trauma.

Il trauma: che sia grande e solido racchiuso in un unico eventi, o fatto di piccoli assaggi quotidiani, conta poco. Il suo sapore resta nel palato di chi lo ha assaggiato. 

Ancora troppo poco ciò che  le istituzioni di ogni grado e livello fanno. E forse troppo pochi i professionisti competenti e preparati per porre in essere strategie preventive, osservatori capillari dei più piccoli segnali di disagio, percorsi di recupero seri per persone ferite.

Una poesia di Arturo Rembi recita così:

Siamo incroci
di carni ferite,
sguardi di neonati incoscienti,
bocche che assaporano 
piaceri conditi di colpe
che mai nessun giudice potrà assolvere.
Ma qui ci sono io.
Ti porterò fuori.
Dove il sole non piange.
Dove le nuvole sorridono
lasciando piovere 
bambini di cioccolata.


Un bambino vittima di abuso o maltrattamento è il cancro di ogni sistema sociale. L'unica cura da augurargli è quella di poter trovare qualcuno disposto a "portarlo fuori" dal suo male di vivere, fuori dove "il sole non piange" e dove l'essere al mondo diventa non più una condanna ma un piacere genuino, come la cioccolata. Compito della società civile, delle istituzioni, dei professionisti delle scienze umane è essere quel qualcuno. 

domenica 15 ottobre 2017

Omosessualità: tra attese e solitudini.

Un discorso come tanti in un giorno qualunque. Dinanzi ad un caffè, con un amico illuminato si parlava dei "commenti". Commenti di ragazzini, di gente seduta su una panchina di parrocchia o sul muretto di un giardino pubblico. Parole facili per etichettare un ragazzino o una ragazza. Parole che avevano l'intento di ridere e scherzare ma di quell'allegria a senso unico, di quel sorridere beffardo che sulla pelle dell'altro, del soggetto singolare e concreto, diventa l'ennesima cicatrice. Si parlava di omosessualità. "Cazzo, è proprio gay quello". "Ma la vedi come parla? Come si muove? Sicuramente è lesbica, una lesbicona". Commenti del genere quelli dei ragazzini. E spesso, anche quelli di qualche adulto. E chissà quanti di questi commenti una persona omosessuale ha ascoltato nella sua vita, fin dai primi passi in una scuola, con le apparentemente innocenti battute che non raggiungevano nessun altro obiettivo se non quello di far sentire diverso, anormale, inferiore, sbagliato. E certamente non è facile vivere così. Come psicologo spesso mi capita di ascoltare situazioni del genere, di toccare con mano i lunghi solchi insanguinati lasciati dai pesanti aratri delle parole, degli sguardi, delle battutine altrui. 
A volte anche la cosiddetta cultura gay non ha saputo spendersi in modo sapiente e strategico per attivare percorsi di riflessione seri volti a tutelare e a cambiare gli atteggiamenti sociali nei riguardi di chi si vuol far sentire a tutti i costi diverso (forse per paura di quella diversità che abita il cuore di tutti e che spesso viene sacrificata sull'altare di un'omologazione coatta che fa sentire sicuri e forti, e non mi riferisco alla sola diversità sessuale). Magari i tempi non permettevano la pace necessaria ad una riflessione seria e serena, perché occorreva anzitutto combattere per conquistare parola. O non saprei. 
Della politica poi non ne parliamo proprio: anche qui a volte la tutela delle minoranze sembra essere più una bandiera ideologica che una reale, seria, pacata presa di posizione nata da una riflessione altamente umana. Come se le unioni civili poi fossero il toccasana per lunghi anni in cui si è stati obbligati a subire comportamenti incivili.



La religione, almeno quella cristiano - cattolica, alla quale appartengo e che nel nostro paese nonostante tutto fa cultura, di aiuto serio non è stata per nulla capace, offrendo dubbie soluzioni: offerte di percorsi psico-spirituali ad orientamento riparativo, percorsi ascetici volti ad accettare la croce dell'omosessualità come prova mandata da Dio, offerta di una vita vissuta in modo angelico, come puri spiriti lontani da ogni sussulto affettivo. Con le eccezioni di qualche prete o religiosa che cerca di lavorare seriamente e in positivo, per poi scontrarsi con un muro dottrinale che sconferma ogni prassi diversa. 
Si, mi direte, però c'è Papa Francesco, che con il suo bellissimo "chi sono io per giudicare" ha aperto uno sprazzo di speranza. Speranza che colgo e condivido. Ma di cui non riesco a fidarmi del tutto, perché a distanza di qualche anno, la Congregazione del Clero scrive (e non potrebbe farlo contro il Papa) che le persone omosessuali "si trovano in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne". Frase per cui dovrebbe dimettersi una cifra non indifferente del clero cattolico, di ogni livello e grado.
Si, giovane omosessuale, si ragazza lesbica. 
Per i documenti ufficiali della chiesa cattolica romana tu puoi relazionarti correttamente solo con il mondo animale e vegetale (il che non è male considerando che sono i viventi che arrecano meno danni al pianeta e al cuore). Per il mondo politico e culturale spesso sei una bandiera ideologica. Per la gente del paese e i tuoi compagni sei motivo di qualche battutina. 
Ma chi penserà all'effetto di tutto questo? Chi capirà, al di la dei recinti sacri e degli orientamenti sinistroidi, la difficoltà del tuo percorso di vita che a volte si trasforma in una guerra ad oltranza fin dal rapporto con i tuoi genitori, guerra per affermare il diritto ad esserci che a volte si muta in un nascondino perenne giocato tra le lacrime? Quando arriverà, anche per te, il momento del "tana libera tutti"? 
Non lo so. L'unica cosa che so è che devo aspettare. Attendere con te l'alba di un mondo pacificato, in cui cessata ogni guerra, termini anche la tua: sarà il giorno in cui non dovrai più sperare di essere accolto e amato perché quella speranza sarà realtà. Nel frattempo, io, come tanti credenti e non credenti, come tanti professionisti delle scienze umane, uomini e donne di buona volontà e di onestà intellettuale....sarò dalla tua parte, per invitarti, parafrasando Tagore, a "sporgere la tua mano attraverso la notte, affinché io l'afferri, la riempia e la stringa, facendoti sentire che ci sono, per tutto il lungo periodo della tua solitudine". 

domenica 20 agosto 2017

Confini. Elogio e critica.

I confini intrigano sempre. Muovono desideri. Generano idee e fantasie. A volte fanno sognare nella sicurezza del proprio tepore sedentario. Altre volte invece sono il motore del cammino, la spinta inquieta a non accontentarsi, a fare attenzione che le radici non divengano prigioni. 

I confini sono il segno sfocato e ambiguo che provoca paura in chi è chiuso nelle proprie certezze da difendere a tutti i costi e stimola un riaccendersi del primitivo nomadismo in chi è attraversato dall'inquieta e travagliata ricerca del bene, del vero, del bello.


I confini sono fatti per indurre a restare a casa quando è il tempo di sostare e non si è abbastanza pronti o forti per attraversare il pericolo e correre il rischio del cammino.
I confini sono fatti per essere attraversati quando il desiderio e l'inquietudine prendono in mano il timone e la bussola per la vita felice diviene l'unico punto di riferimento. 

I confini sono fatti per ricordarci che non esistono e che sono frutto di convenzioni di uomini, sempre bravi nel dividere, nel delimitare, nell'arte di creare sottoinsiemi. 
I confini sono fatti per rammentare ad ogni uomo che il suo percorso, pure se in eterno movimento, si svolge nella parte e mai nel tutto, e che la sua porzione di vita non sarà mai la totalità della vita, che le sue idee non saranno mai la verità assoluta ma stelle accese in uno spazio chiaro di un universo infinito.

I confini separano: il tempo, i luoghi, le idee. Anche le persone.

I confini non appartengono solo alla superficie ma anche anche all'animo umano, alla mente e al cuore: dentro di noi vi è un mondo molto più vasto del pianeta terra. E quanti confini vi abbiamo posto. In alcuni momenti sono diventati vere e proprie barriere: alcuni territori li abbiamo dimenticati del tutto, altri mai esplorati, altri contrastanti tra loro emergono attraverso eruzioni di ansia e sismi di fragilità. 

Quanti confini dentro e fuori di noi.

 Perfino il mondo del sapere è pieno di confini: specializzazione e iper specializzazione. Quando penso alla mia formazione a volte mi perdo in domande ironiche quanto reali.  Sei psicologo? Si. Ma di quale area? E in quell'area di quale orientamento? E in quell'orientamento a quale corrente? E in quella corrente a quale maestro fai riferimento?
I confini delle scienze e delle materie spesso corrono il rischio di dimenticare l'aristotelica verità per la quale il tutto è maggiore della somma delle parti.

  Perfino le filosofie e le teologie pretendono di mettere confini alla vita e al pensiero di Dio, per dare all'uomo il potere di essere interprete assoluto e certo del volere divino, diventando padrone nelle coscienze altrui, senza tuttavia esser padrone della propria.

I confini, dentro e fuori di noi servono. 
Per capire, studiare, indagare, muoversi e orientarsi.  

Ma sono sempre relativi allo spazio del vivere. 

I confini aiutano l'uomo a orientare la vita.

 La vita orienta l'uomo a superare i confini.

lunedì 14 agosto 2017

Orsi , migranti e uomo demens

Il  silenzio, l'ascolto, il riposo, il confronto mite con la creazione, l'incontro-scontro con la propria mente, quella che non va mai in vacanza, quella che non si spegne: tutto questo è "esercizio spirituale" di sopravvivenza, ribellione ad un sistema che ruba tempo e gioia ai giorni, atto spirituale necessario per restare umani. Umani, umano. Più che un punto di partenza, questo "status" culturale è una questione di lotta costante, conquista continua e mai scontata tale è il pericolo di regressioni culturali e spirituali. 

Sbirciando i giornali, tante notizie. Uccisa un'orsa in Trentino per aver aggredito un uomo. Altra notizia da toni gloriosi: "Primo giorno "zero migranti". Così l'Italia ferma l'invasione". 




Argomenti che c'entrano poco tra loro. Mondi diversi e sponde distanti queste news. Eppure il mio cervello, quello che non va mai in vacanza, ha già costruito un ponte, ai suoi occhi solido e reale.
Cosa unisce un'orso ammazzato nel suo territorio (in un periodo in cui un progetto per la salvaguardia delle biodiversità ne tutela il ripopolamento) ai festeggiamenti giornalistici per il primo giorno senza sbarchi sulle nostre coste da parte dei migranti provenienti dalla Libia? Cosa unisce paesaggi e contesti così distanti come i boschi del trentino e la spiaggia di Lampedusa?  
Un'idea a mio avviso pericolosissima: l'idea dell'uomo demens di essere il centro di tutto. Un assolutismo individualista che ci impedisce di ragionare, pensare, progettare e amare  su vasta scala. 

Cos'è la vita di un orso rispetto ad un gruppo di cittadini che si sente in pericolo? Per carità il pericolo va evitato e l'uomo difeso. Ma possibile che non c'erano altre vie come la cattura , la cattività o altri stratagemmi per difendere tutte le vite, quella dell'uomo come quella dell'orsa? Importa poco: noi siamo il centroid tutto, con prerogative di vita e di morte su tutti. Poi si parlerà di ecologia, ripopolaizione della specie ed altro. Questo lo si farà nei convegni e in TV. Ma quando si tratta di difendere un mio interesse: sono il centro e decido io. Creato, specie in estinzione, opinioni e metodi diverse per risolvere un problema di pericolo? Vada tutto a farsi fottere: sono il centro e decido io. Importa ció che vedo, sento e decido per difendermi da ciò che credo essere un pericolo: ragionamenti e pensieri vengono dopo! Eppure la capacità di pensare oltre l'istinto è ciò che ci rende umani...

Come per i migranti. Festeggiamo pure il primo giorno senza sbarchi: importa ció che vedo, sento e decido per difendermi da ciò che credo essere un pericolo, ragionamenti e pensieri vengono dopo! 

Viene dopo, molto dopo il pensare che si può risolvere un sintomo ma non la malattia. Tanto io, il centro, l'uomo dei consumi, vedo solo il sintomo (sbarchi e accoglienza) ma non la malattia (povertà, guerra, siccità, ingoistizie globali prodotte da nostro occidente, nuovi campi di concentramento aperti in Libia, come Domenico Quirico ha fortemente narrato in questi giorni). Ciò che importa all'uomo dei consumi è il proprio tornaconto immediato: nessuna solidarietà agli altri umani, nè quelli del presente nè quelli della generazione che verrà, e di solidarietà e di amore verso      le altre opere d'arte del Creatore...non ne parliamo proprio. Così pensa l'uomo dei consumi, quello che si sente il centro, l'uomo demens.

Dal canto mio non mi sento neanche il centro di me stesso, e credo che la fonte del mio vivere sia altrove...e la mia anima, il mio cervello non va in vacanza. E le emozioni non smettono di fluire. E la gioia del riposo, della spiritualità, della bellezza non anestetizzano neanche un poco la sofferenza. Per un orso abbattuto. Per migliaia di vite respinte. Destinate alla morte. Per i miei simili, ranger stupidi di un bosco meraviglioso e  pieno di risorse per tutti, guardaboschi a servizio dell'egoismo del potente di turno, che oggi come ieri, pensa solo a se stesso. 

domenica 13 agosto 2017

Fiducia discreta. Libere riflessioni su MT 14, 22-33 e 1 Re 19

Versetti densi, carichi di simbologia e sfumature, di significati esegetici eruditi ed altri più evidenti. Ciò che rimbalza dinanzi agli occhi è la poetica di Dio, fatta di pochissime didascalie e moltissime figure retoriche, da scrutare, indagare, interpretare, cogliere nella loro profondità. Non mi sto riferendo al modo in cui è scritta la Bibbia ma piuttosto al modo con cui l'Amore creatore comunica la propria energia di vita al cuore di ogni donna e di ogni uomo. Non sceglie vie impositive, rifiuta le strade dell'evidenza: Elia non può rintracciare i suoi passi nel vento impetuoso, nel fuoco, nel terremoto. 




E così Gesù sul mare caotico e complesso della vita umana non si erge come un faro dalla luce chiara, come una boa imponente, come un Poseidon forte e dominante. Decide piuttosto di seguire apparenze discrete. Addirittura fino a sembrare un fantasma. Sembra quasi che il segreto per riconoscerlo sia presente più negli occhi di chi lo guarda che nella sua forza: così ad Emmaus, così sul lago dopo la resurrezione, così nel Cenacolo. Dio decide di essere con noi in questa navigazione ardua e a volte tempestosa che è la vita attraverso la via della discrezione, della non evidenza, con sembianze più da artista di strada che da grande pittore di cattedrali. Pare che a lui interessi più il nostro desiderio di ricercarlo che di possederlo, più la nostra capacità di fidarci che quella di essere sicuri. Fidarsi significa infatti imparar a camminare sul mare, non indietreggiare per la liquidità dei pavimenti su cui è facile inciampare annegando nel proprio errore. Fidarsi vuol dire non prestare attenzione ai venti che si agitano perché non è in essi che si decide il nostro destino ultimo. Fidarsi vuol dire volgere lo sguardo ad una presenza discreta, quasi fantasmatica ma più reale di tante evidenze. È questa fiducia che consente di non annegare tra i mulinelli di questo mare che è la nostra esistenza. Fiducia in un sussurro di  brezza leggera, in un Uomo discreto che reca in sè la sorgente della Vita, quella che non viene meno, quella che non delude. 

venerdì 4 agosto 2017

Volti di sole. Libere riflessioni su Mt 17, 1-9

"Se vuoi farò qui tre capanne. Per te, Mosè, Elia". Nel linguaggio simbolico ebraico, facilmente comprensibile per la comunità a cuil'evangelista Matteo si rivolge, la persona più importante in elenco è quella che sta al centro. In questo episodio della trasfigurazione nell'elenco di Pietro al centro non vi è Gesù ma Mosè. L'apostolo testardo fa fatica a comprendere la novità di Gesù,  vuole che il Maestro sia a servizio dei suoi criteri, dei suoi schemi, dell'immagine di Messia potente e impetuoso a cui lui si rifaceva (proprio per questo poco prima aveva ricevuto da Gesù stesso l'appellativo di Satana). Ma il Padre è chiaro: questi è il mio figlio, l'amato. È in lui, nel suo modo di agire, di parlare, di vivere, di toccare, di guarire, di perdonare, di ringraziare, di morire, di risorgere....è solo in lui che il volto del Padre appare chiaro, autentico. È attraverso la sua voce che si rende possibile il raccontarsi di Dio. Eppure la scena si conclude senza sfarzi, trombe e schiere di angeli. Si conclude con l'immagine di un uomo solo. Gesù solo. 
Ancora una volta l'evangelo ci invita a metterci in discussione, a rivedere con forza la nostra immagine di Dio. Ad amare la ricerca piuttosto che la verità preconfezionata, l'inquietudine del discepolato piuttosto che la sicurezza delle cattedre. 





La condizione divina, immortale, creatrice passa attraverso l'umanità di Gesù di Nazareth. Volgere lo sguardo al suo volto solare, rintracciare nel suo percorso il volere chiaro del Padre, accogliere il suo comandamento nuovo centrato sull'amore reciproco significa permettere alla nostra umanità di trasfigurarsi, di mostrare il senso profondo dell'essere al mondo, di dichiarare la nostra origine "controllata", doc: quella di figli di Dio.  È l'amore che trasfigura l'umano di Gesù. È l'amore che può trasfigurare ognuno di noi. È l'amore che trasfigura ai nostri occhi coloro a cui teniamo, seppure imperfetti e fragili, e a cui riusciamo a dire, tra lo scherzo e il serio, canticchiando e sorridendo, "o sole mio sta in fronte a te". 

Libertà e colori

Ascolto molte storie ogni giorno. In primis cerco di ascoltare la mia. In tutte rintraccio, anche dietro appetenti percorsi tortuosi, dolori sconvolgenti, frivolezze d'altri tempi, un impetuoso desiderio di libertà. L'anelito ancestrale e primitivo ad essere persone libere. Libere dagli schemi sociali ingabbianti. Libere dal giudizio moralistico dell'inquisitore di turno. Libere dal chiacchiericcio che muove il sottobosco di lingue e linguaccie genuine, sempre di origine incontrollata.  
Dietro questo desiderio di libertà vedo il muoversi sotterraneo di uno spirito di autenticità, di una voglia grande di essere se stessi non "nonostante" ma a partire dalle proprie fragilità, che a volte sono più  forti e potenti di ciò che  da sicurezza. 
In fondo la fragilità è la dimensione fondante dell'amore: non solo l'amore è un sentimento fragile ma è autentico solo quando passa la prova della fragilità dell'amata, dell'amato. Senza questa prova l'amore è solo per se stessi, variante di un narcisismo malato: e quanti malati ci sono in giro! 




In questi tempi epocali, in cui nuovi paradigmi antropologici si affacciano all'orizzonte, dovremmo imparare a ragionare a partire dai desideri di libertà e autenticità. A non demonizzarli ma a leggere in essi il volto di un tessuto umano che non vuole celarsi: forse scopriremo che non esiste il bianco e il nero ma un'infinità schiera di colori, a volte in armonia a volte incastrati a forza con logiche di compromessi  ma in ogni caso tutti e sempre cittadini del cuore dell'uomo reale.