venerdì 28 luglio 2017

Gioia e stupore. Amore da condividere. Libere riflessioni su Mt 13, 44-52.


«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


Un tesoro, una perla di grande valore, una rete piena di pesci. Tutte cose che quando nella vita vengono fuori sono portatrici di una gioia immensa. Certamente, il loro ritrovo, la loro accoglienza richiede discernimento, pazienza, capacità di "pesare" il valore delle cose, di constatare ciò che è buono e ciò che è marcio. Ma in ogni caso il punto di arrivo é sempre un'esplosione smodata di gioia, un'espressione facciale fatta di grandi sorrisi, corpi tesi in abbracci autentici  e accoglienti, soddisfazione immensa e briosa per il dono ricevuto. É così il regno di cui parla Gesù. Matteo lo definisce dei cieli ma in realtà ha molto a che fare con la terra. Per la comunità ebraica a cui Matteo scrive Dio era innominabile e allora per riferirsi al suo regno si preferiva usare l'espressione "dei cieli". In realtà é il regno di Dio, quel regno che abbraccia tutti coloro che fanno propria la mentalità di Dio così come la racconta e narra Gesù, con le sue parole, le sue azioni, il suo stile di vita. Un regno che ha come approdo il mondo che verrà ma che é ben radicato in questo mondo, in questa terra, in questa carne. 

Quando si incontra questo regno tutte le cose della vita perdono valore, o meglio ne acquistano uno nuovo, duraturo, derivante dalla consapevolezza che quando vi é l'amore vero tutto è sacro e eterno, ma senza l'amore tutto é marcio e fuggevole. Insomma nessuna guerra, nessun codice penale, nessuna immagine punitiva di un Dio che ha a che fare più con le nostre angosce che con la bellezza della buona notizia che si trova nel Vangelo. Nelle sue pagine si esalta la meraviglia dinanzi ad una perla preziosa,  la ricerca fascinosa di un tesoro, la soddisfazione di una pesca. Meraviglia contagiosa, gioia che non diviene godimento egoistico ma condivisione che nasce dal sapere che dà veramente gioia solo ciò che é condiviso, donato, intriso del mistero insondabile di un amore traboccante, alla cui mensa c é posto per tutti, sempre, ad ogni ora. 
 Appartiene a questo regno chi ha fatto sua questa logica, chi ha capito che il Vangelo se è davvero buona notizia provoca anzitutto gioia e allegria, stupore e meraviglia. Quando invece si preferisce percorrere la strada del codice penale, la via della rinuncia ad oltranza, la repressione di tutto ciò che è umano e nobile, dimenticandosi che tutto é dato per la nostra vita piena, perché la gioia di Cristo non ci venga strappata via....quando accade tutto questo si corre il serio rischio di servire le proprie turbe psichiche piuttosto che il Dio di tenerezza di cui Gesù ci ha sempre parlato, nel cui nome é morto, per il quale é risorto. 
Mi piace terminare questa breve e personalissima lettura del Vangelo, sempre opinabile e bisognosa di mille integrazioni, con le parole del film "CHOCOLAT", del sermone pasquale del gracile padre Henri, convertitosi al Vangelo dopo essersi liberato dalle impalcature del bigottismo: "Credo che dobbiamo misurare la bontà in base a ciò che abbracciamo, che creiamo, e a chi accogliamo. Penso che non possiamo andare in giro a misurare la nostra bontà in base a ciò che non facciamo, a ciò che neghiamo a noi stessi, a chi respingiamo". Altrimenti, aggiungo io, facciamo la fine di quel pesce marcio che si getta via. Attenzione: il cattivo della traduzione non rende. Letteralmente é marcio. Marcio é ciò che non dà vita e che non serve. Ciò che è morto. Come siamo noi quando non amiamo.

sabato 22 luglio 2017

Strappar via? Esplicitamente vietato. Libere riflessioni su Mt 13,24-43.




Da un pò di giorni, per motivi di tempo (la chiusura dell'anno sociale porta con se una stanchezza enorme) o di pigrizia, ho rinunciato a scrivere in questo blog, sopratutto per ciò che concerne le riflessioni domenicali. Un amico oggi mi invia un messaggio: "Non mi invii il link con la riflessione del blog da un pò di giorni ma vorrei proprio vedere cosa dirai sulla zizzania di cui parla il Vangelo". Beh la prima reazione è stata: devo subito scrivere...il mio carattere per natura accetta le sfide. 
La seconda è stato un pensiero: spesso mi capita di sentirmi zizzania e in qualche modo, visto che mi sento autorizzato dallo stesso Vangelo, dovrò pur difendere questa benedetta zizzania. 
Si. Gesù difende la zizzania. Per lui, nell'orto dell'umanità c'è qualcosa di più dannoso e pericoloso di una pianta narcotica come la zizzania. Cosa? Chi? Coloro che, basandosi sul proprio unilaterale giudizio, si sentono in continuo diritto di sentenziare cosa è zizzania  e cosa non lo è. Gli zelanti. I pii. I bigotti. Gli strenui difensori della morale e dei principi. Gli stessi che spesso, immersi nell'ipocrita ignoranza o nei propri irrisolti personali, amano dividere il campo del mondo in buoni e cattivi, un pò come una volta si faceva sulle lavagne delle scuole. 
Peccato però che il Maestro di Nazareth non usa il gessetto bianco e non ama catalogare ed etichettare. E sicuramente non ama che lo facciano i suoi. Perchè teme il loro giudizio, la loro spavalderia fondamentalista, la loro voglia di strappar via ciò che essi considerano male: “Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? Vuoi che andiamo a raccoglierla?”- “No perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano”




Gesù non vuole che nessuno consideri zizzania l'altro. Perchè?  Perchè la visione dell'uomo, di ogni uomo (anche se indossa sacratissimi paramenti, colletti bianchi o ha atteggiamenti da guru) non è mai completa, è sempre relativa e per questo spesso fallace e capace di ingabbiare nella ristrettezza di categorie peccaminose e giudicanti ciò che è semplicemente bene e di dichiarare ottimo ed eccellente ciò che in modo evidente danneggia, reprime, restringe, riduce l'umano e il creato. 
Il compito di chi ha capito e accolto il pensiero di Gesù di Nazareth non è infatti dividere il mondo in promossi e bocciati, in piante buone ed erbacce cattive ma piuttosto quello di crescere non temendo la piccolezza e la fragilità, rinunciando alla tentazione della potenza: il piccolissimo seme di senape non diventerà mai una quercia o un cedro ma resterà sempre un alberello piccolo, un arbusto fragile il cui splendore risiederà esclusivamente nella capacità di accogliere il nido degli uomini, soprattutto di coloro che sono stanchi e feriti, offrendo loro un casa e un pò d'ombra. 
I cristiani, poi,  non hanno paura dinanzi alla grandezza e alla vastita della massa a cui anch'essi appartengono e per questo rinunciano ad ogni snobbismo, ad ogni ipocrita e finta superiorità, rinnegando ogni forma di clericalismo sacrale: scelgono di essere lievito, di mescolarsi, di fermentare dal di dentro la pasta, facendola crescere con il respiro dell'amore. 
Nessuna guerra a nessuna zizzania. Nessuna lavagna dei buoni e dei cattivi. Nessuna zizzania da strappare: a noi no, non solo non è dato e non è chiesto ma è esplicitamente impedito. 
Lui solo strapperà la zizzania. 
Lui solo con i suoi angeli sa cosa veramente non è erba buona, cosa non è amore, cosa in fondo è gia morto perchè privo della vita vera che è l'amore. Lui solo può far questo. Ripeto, noi no. Non possiamo strappar via niente, buttar via niente. Non possiamo buttar via neppure noi stessi: non siamo autorizzati a considerarci erba cattiva, zizzania da eliminare. Non possiamo strapparci via. Lui solo conosce l'ingrediente segreto che si cela nel cuore degli uomini. Lui solo, non noi.

sabato 24 giugno 2017

Paure e valore. Liberi pensieri su Mt 10,26-33

Di quante cose abbiamo paura? Di quali persone, situazioni o eventi? Sarebbero decine di migliaia le risposte, tutte degne, vere, originali. Nel corso delle terapie appena viene fuori una paura è mia usanza esplorarla con il paziente. Perché la paura non è un qualcosa di negativo, da combattere, come nessuna emozione del resto ma è piuttosto un mondo da conoscere, un segnale da cogliere, una mappa valida a orientarsi in un paesaggio spesso confuso e denso di nebbie. Certamente la paura può ammalarsi e divenire un elemento che blocca continuamente o, all'opposto, che mette in agitazione continua, ma quando decidiamo di darle domicilio gratuito e accogliente presso il nostro cuore la paura è capace di dirci molte cose interessanti riguardo a noi stessi, ai nostri desideri, alle nostre scelte.  Pensiamo, ad esempio, ad una coppia che alla prima crisi decide di rivolgersi ad un avvocato: al momento della rabbia tutto bene, ma sopraggiunta la notte i pensieri si vestono di paura, e così il respiro, i gesti, lo sguardo. La paura, in questo caso, potrebbe essere la salvatrice del loro matrimonio: sta dicendo di aspettare, che forse da separati la vita è meno bella e che buttare tutto giù dalla finestra alla prima crisi significa mettere in pericolo la propria felicità. Ecco inbquesto caso la paura è un'antenna invincibile capace di captare i pericoli veri. 

 

Il Maestro in genere riguardo alle paure ci invita a non lasciarci bloccare. Da vero uomo sa bene infatti che quando la paura si ammala si convince che tutto sia un pericolo o che niente lo sia. Un po' semplificando, possiamo dire  che Gesù ci invita a vivere le paure in modo sano, facendone oggetto di investigazione e discernimento ma senza lasciarci bloccare e inpringionare da esse. 
Per prima cosa il Rabbì ci chiede di non avere paura degli uomini e dal motivo che ne adduce, il fatto che nulla sarà nascosto per sempre, è lecito dedurre che si tratta di una paura in merito al giudizio che gli altri possono dire o farsi di noi, con lingue taglienti, parole svalutanti e etichettanti, atteggiamenti da chi si sente padrone perfino del pensiero di Dio e quindi capace di dividere il mondo in buoni e cattivi, peccatori e santi. Ecco di questi non occorre aver paura. Il "tutto puro" di turno, politico, presidente, catechista  o cardinale, adulto o ragazzo....è uguale a te. Come te oltre avtanti pregi, ha i suoi segreti, le sue magagne, i suoi pensieri cattivi e l'unico giudizio onesto che potrebbe dare, guardando alla propria realtà, è quello del perdono incondizionato. Quando non avviene questo vuol che è un ipocrita: uno che mette la maschera in modo stabile, a volte non la toglie perfino quando dorme, ed ecco che in questo caso è il più povero di tutti. Di conseguenza non c è niente da aver temere  perché il tuo valore dipende da ciò che sei e non da ciò che gli altri pensano, dicono, proclamano di te, sul tuo conto. Non a caso Gesù termina questo discorso affermando il valore enorme, dinanzi all'Amore creatore, di ogni vita, di ogni essere umano. Vali per il solo fatto di essere stato creato: questo ti rende unico e meraviglioso, il resto è contorno umano. Dare credito a queste parole del Maestro significa riconoscerlo come colui che svela il nostro vero valore e che, senza vergognarsi di nessuna nostra azione, non esiterà a proclamare questo nostro valore sorgivo perfino dinanzi al Padre, fonte della verità, il cui pensiero coincide con il suo. 
Tuttavia non dare credito a Gesù, a quanto afferma riguardo al nostro valore, significa negare che ciò che lui dice sia vero e vivere dando ascolto ad altri o ad altro, correndo il rischio di dimenticare il proprio valore e la propria capacità di amare ed essere amati: e chi non ama è fumo che cammina, morto dentro. 


Ma quando non ascoltiamo questo Vangelo di libertà chi ascoltiamo? Colui che ha il potere di uccidere corpo e anima. Il Padre stesso? Non sarebbe un Dio di amore, il suo potere dona vita e non la toglie mai. Il diavolo? Sarebbe più forte di Dio stesso. Chi allora? 
Io credo noi stessi: spesso, credendo di valere niente, a causa di ferite, traumi, errori propri o altrui ci convinciamo di essere poca cosa, meno di un passero e agiamo di conseguenza, senza vita piena, senza vero amore. Perché questi sono i messaggi che  diamo continuamente a noi stessi, magari un tempo li abbiamo ricevuti, ma poi sono diventati nostri: non sei degno di vivere, non sei capace di amare, non meriti di essere amato. 

Messaggi con i quali ci bombardiamo ogni giorno fino a renderci completamente indifesi ai "bombardamenti" altrui, fino ad autoconvincerci che siamo poca cosa, e cosa sbagliata a prescindere. La parola di Gesù è una parola di riscatto, di liberazione, parola  che ci invita ad aver paura di questi messaggi di morte, di questa pulsione distruttiva che ci abita. Si, ammettiamolo. Il potere più grande in merito alla nostra autodistruzione personale non appartiene agli altri ma a noi stessi. Ecco...è di questo lato oscuro che dobbiamo aver paura lasciando entrare in esso, con decisione, fatica, impegno, a volte con l'aiuto altrui, la luce del Vangelo, la forza di una mano tesa e di una voce che ci dice: tu vali  più di molti passeri! Sei fatto di cielo, nato per amare ed essere amato. 

sabato 17 giugno 2017

Pane e sorriso....libere riflessioni su Gv 6, 51-58

Si propone come "pane vivo", un alimento semplice, un nutrimento sicuro ed essenziale. Non qualcosa di statico, fatto da materia morta e trasformata chimicamente. Il suo pane è vivo: dinamico, cangiante, creativo, portatore di energie nuove di vita, donatore instancabile di nuove forze necessarie al cammino umano, che con la sua bellezza e il suo travaglio facilmente nasconde insidie di morte che richiedono un magis, un di più di vita. Ecco perché pane, ecco perché vivo. Una novità assoluta. Non si tratta di una divinità che richiede alimenti e doni dagli uomini, non c'é un olimpico dio che chiede sacrificio di vite umane, di carni o di chissà cos'altro. 

 

Qui vi è il volto di un Amore creatore, che crea ogni giorno, facendosi pane, rendendosi presente, non cessando mai di donare energie di vita e di amore, di generare spazi fantasiosi di carità e di speranza, con lo scopo genuinamente divino di rendere la terra e i cuori degli uomini più abitabili, più accoglienti, più disponibili ad essere felici. Qui, nel tempo presente e da qui...per sempre. Un pane di vita eterna: una vita talmente bella e indistruttibile per la quale la morte stessa diviene semplicemente l'apertura di una porta su un inimmaginabile mondo di amore. Insomma qui non c'è sacrificio chiesto a nessun uomo. Dio si mostra come pane, preferisce la debolezza della carne, rinunciando apparentemente a quell'onnipotenza che, appresa dai poteri umani ingiusti e feriti, ha per noi il sapore del giudizio implacabile e della condanna certa. Dio si fa debole per invitarci a cambiare l'idea che ci siamo fatti di lui. Attenzione: puoi passare una vita intera a credere con i tuoi sacrifici, penitenze e devozioni di servire lui ma a nulla servirà tutto questo se non impari dal suo essere pane, dal suo farsi debole, se non capisci che é lui che vuole servire te, sacrificarsi a te donandoti amore incondizionato. Perché? Perché il tuo sorriso libero è la sua gioia. 

lunedì 12 giugno 2017

Palcoscenico e danza, vita e uomini.

Ieri sono stato al saggio di danza di un'amica. Serata bella e leggera ma anche carica di passione e di emozione. Un palcoscenico sobrio che sembrava raccontare una discrezione gioiosa nel supportare i passi, i movimenti, le onde e le espressioni, i sorrisi e le tecniche di chi ha scelto questa forma d'arte, questa via del cielo che è la danza. Il palcoscenico mi è sembrato il grande protagonista: immenso, spazioso, solenne, ma nello stesso tempo mutevole di sfondi, di luci, di suoni. Capace di dare spazio alla maestria della singola ballerina come    al  goliardico battito di mani di un'intera compagnia. Un palcoscenico silenzioso, che ha permesso suoni e melodie diverse: tristi, gioiose, minime, forti, allegre e mistiche. 


 

Quel palcoscenico l'ho portato con me questa notte è prima di addormentarmi mi ha fatto pensare, come meditazione quotidiana, al palcoscenico quotidiano che è la nostra vita. Questa vita che ci ospita, ci accoglie, ci supporta in ogni respiro. Questa vita che sa essere solenne e graziosa ma anche dura e cupa...vita che non viene mai meno all'alleanza primordiale, al suo mandato divino: "Io sarò accoglienza, tu sarai la danza. Qualsiasi sia la musica, il ritmo, la scenografia e la luce. Tu non smettere, danza. Non stare ad aspettar fermo che da me venga qualcosa: non mi muovo. Io sono solo accoglienza. Certamente ti offrirò tutto ciò che ti serve, a volte sará amore, altre dolore. Più spesso....entrambi. Ma mai compirò un passo senza di te. Mai una tecnica senza di te. Mai un salto, una presa, un sorriso o una lacrima....senza di te. Il protagonista sei tu".  Credo che uno dei nostri problemi sia proprio la paura di danzare, il sederci aspettando che sia la vita a muovere i suoi passi, come se fossimo burattini passivi o peggio ancora spettatori di una messa in scena. Ma il palcoscenico non danza. Danzano i ballerini e le ballerine. E danzano sempre. Perché sono loro i protagonisti. Si, siamo noi i protagonisti della vita. Qualsiasi sia lo scenario che ci ha offerto, qualsiasi sia il tono della musica o la qualità delle luci solo a noi e alla nostra libertà è dato di danzare, rinunciando ad ogni tentazione di passività, carichi della resilienza imparata da tanti esercizi, spesso dolorosi,  desiderosi di non essere ai margini ma al centro delle nostre anime, della nostra storia. Pronti sempre ad andare in scena. Pronti sempre ad uscire, in punta di piedi, con leggerezza, per solcare nuovi palcoscenici profumati di primavera. Si, perché chi decide di danzare la vita può farlo in mezzo al gelo, con una scenografia invernale e una musica pesante ma sempre consapevole di avere, grazie alla sua scelta di danzare, il germe della  primavera custodito nel suo  cuore. 

sabato 10 giugno 2017

Amore inclusivo. Libere riflessioni sul Dio uno e trino.

Quante cose nella vita ci sembrano perse e irrecuperabili. Quante situazioni, persone, vite incontrate anche per un solo attimo e fuggite tra le mani come sabbia. Spesso mi capita di voltarmi indietro e gettare sulle pareti del cuore i mille "se" della vita. "Se avessi fatto questo", "se avessi preso questa decisione", "se avessi avuto il coraggio di  quella scelta", "se non avessi trascurato quella persona, quell'amicizia, quell'amore". Mi capita anche oggi come educatore, quando un ragazzo lascia la comunità che dirigo, o un bambino non frequenta più i nostri progetti. E capita sempre. Il "se avessi fatto" è il rigurgito delle scelte. Un rigurgito con  il quale alcune volte fai presto pace, in altre invece no. Non ci riesci quando hai in bocca il sapore della sconfitta, della persona perduta, dell'amore smarrito. È per  questi motivi che trovò il Vangelo proposto oggi dalla liturgia  una risposta grandiosa alle ansie degli umani: il Maestro ci dice che "chiunque crede in lui non va perduto". È una sua fissazione. Ci ritorna spesso. Raccontandoci della pecorella, a casa di Zaccheo, e in tante  altre salse. Non vuole perdere nessuno. 


Credere in lui - sia chiaro - non è una semplice adesione intellettuale ad un libro dalle mille veritá o ad un codice di leggi chiare e precise. Credere in lui significa dargli credito, donargli fiducia, concedergli quell'affidamento reciproco che appartiene al legame dell'amicizia. Anche questo lo ha detto: non ci chiama servi ma amici. Credere in lui significa fare nostro il suo pensiero, lasciarci condurre dal suo messaggio, permettergli di illuminarci con la rivelazione autentica e definitiva del nome e dell'essenza di Dio: AMORE. 
Se credi in lui ami. Non solo lui. Ma tutti. Ami anche te stesso. E l'amore non lascia indietro nessuno, non conosce resa, gioca oltre il fischio finale sapendo che perfino negli spogliatoi si può vincere una partita, anche se apparentemente nessuno lo saprà. In fondo il Figlio é venuto proprio mosso dall'Amore che ha dato origine a tutto, da quest'Amore, che chiamiamo Padre, ha tratto forza per amarci con tutto se stesso e oltre se stesso, rimanendo in noi nel suo Spirito...di Amore. La Trinità che oggi celebriamo non é un mistero di fede ma di amore. Non é una verità intellettuale ma la dinamica di vita che muove l'universo. La si coglie con l'intuito degli innamorati, quando ci si lascia afferrare da un relazione vera e libera ma anche appassionata e calorosa. Nel più piccolo degli amori, nel gioco della fusione dei cuori e della compenetrazione degli sguardi si capisce  cosa significa essere uno ma nello stesso tempo tre. Attenzione però: quest'Amore che il Cristo ci rivela ha un carattere preciso, lo ho detto prima. Non permette che l'uomo, che la sua vita,  che il suo cammino vada perduto per sempre. Qui vi é il segreto dell'inclusione. Nessuno escluso. Nessuno indietro. Nessuno ai margini.  C'è sempre speranza. Per tutti. La Trinità non é null'altro che una logica di  accoglienza reciproca ad oltranza, che il pensiero di un Dio che odia la solitudine e che freme dall'ansia di stare insieme. Un Dio che a volte con noi sembra giocare a nascondino ma proprio come in quel gioco, quando la tensione è alle stelle, e molti credono di aver perso....proprio in quel momento corre veloce, sorridente come un bambino, per urlare alla nostra vita e alla vita del mondo " trentuno salvi tutti!!!". Si tutti. Tutti smarriti. Tutti ritrovati. Tutti amati. 

domenica 4 giugno 2017

Il potere di esprimersi. Libere riflessioni sulla Pentecoste.

"Nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi"(At,l 2,11).  Bellissimo verso. Uno di quelli che apre le porte, spalanca gli orizzonti e ti dona una boccata di ossigeno. Uno di quelli che può mettere in crisi con la sua forza il tentativo di omologazione e uniformità che spesso si cela dietro il richiamo (falso) all'unità, al camminare insieme, al non dividersi, proprio di movimenti e culture religiose, politiche, sociali.





Il punto è che lo Spirito opera nelle persone e nelle comunità donando  "potere di espressione", attraverso modalità diverse, creative, originali. 
Lungi dal rendere tutto uniforme, tutto uguale, ogni persona specchio dell'altra, lo Spirito del Risorto sembra evitare con forza la tentazione dell'unica lingua. Non mostra nostalgie di babeliana memoria, non chiede ai discepoli di pronunciare le stesse parole allo stesso modo, in una deriva narcisistica e autoreferenziale ma sembra piuttosto ridestare la libertà di essere se stessi, di cogliere il proprio modo unico e creativo per  celebrare la vita, di consacrare le differenze e le originalità. 
In tempi di omologazione coatta, mentre le menti sono  governate dal vuoto delle immagini filtrate e il mondo dalla dittatura di un consumo che mette al centro le tasche piuttosto che il cuore, dovremmo domandarci se stiamo esprimendo davvero noi stessi, quella parola unica e preziosa che abita il nostro cuore e di cui solo noi siamo portatori. Se non lo stiamo facendo è perché in realtà decidiamo, forse per consolidata abitudine alla schiavitú,  di camminare secondo la carne. 
La carne  è il trionfo della paura, quella che ti dice che non vali niente, che non c è posto per te in questo mondo e che se vuoi un po' di ossigeno per campare devi imparare a rubartelo a piccoli sorsi, succhiandolo in quelle riserve di facile accesso fatte dal consumare tutto e tutti, dal denigrare gli altri per potersi sentire qualcuno, dal fare di se stessi e di chi ami non un'avventura rischiosa e bella ma un gioco al massacro, a chi si prende di più per poi gettar via l'altro come un bicchiere di plastica usato. La carne ti dice domina, usa, vinci. E fallo con mezzucci sporchi. Solo così ti sentirai amato e riempirai quel vuoto che nasce dalla tua grande verità: non vali niente. E capite che quando uno, o peggio un sistema, la pensa così ...l'omologazione al pensiero più forte, al leader carismatico di turno, al totem tribale del momento....è cosa facile. 
Lo Spirito invece parte da un altro presupposto. Lo psicologo canadese Eric Berne lo chiamerebbe l'okkeiness: tu sei ok, io sono ok. Tu vai bene, sei prezioso, così come sei. Indipendentemente da ciò che gli altri diranno di te, dalle ferite che ti porti dentro e da quelle che questo mondo vuole infliggerti per il tuo essere semplicemente te stesso. Tu vai bene. Indipendentemente dalle cadute che certo avrai incontrato, dalle caratteristiche della tua fede e del tuo pensiero, dalle tendenze del tuo orientamento sessuale o politico,  dall'etnia e dalla cultura di cui fai parte. Tu vai bene. 
Sei una nota preziosa che lo Spirito suona nell'armonia delle diversità, nella danza primordiale di un'umanita riconciliata non a partire dal'unico pensiero ma dalla "convivialità delle differenze", come direbbe Tonino Bello.  
Sei portatore raro di un dono prezioso, di una lingua unica. E non preoccuparti di non essere capito: corri il rischio di essere chi sei e di scoprirlo ogni giorno arricchendoti attraverso l'incontro. 
Lasciati affferrare dal "potere dello Spirito" che libera l'espressione più autentica della tua vita dandoti la capacità di essere te stesso, senza frustrazioni inutili, senza sacrifici malsani. 
Lasciati afferrare dal suo vento, incontenibile, perfino da quelle istituzioni religiose o correnti spirituali che credono di possederlo con una garanzia illimitata nei secoli. 
Lascia che lo Spirito vibri nelle corde della tua anima e dona al mondo la tua nota meravigliosa. E non aver paura di essere incompreso e di quanti ti derideranno: in fondo chi ha lo Spirito non solo si esprime liberamente ma possiede la traduzione simultanea dell'amore. Quella che crea lingue nuove, consacrando le differenze, plasmando in  un'unica armonia le mille diversità, aprendo orizzonti di vita vera e libertà autentica.

lunedì 29 maggio 2017

Amore, in circolo.

Tu, Cristo, amore sorgivo, non ci hai chiesto solo di spezzarci e donarci come pane per sfamare gli altri. Non ci vuoi capaci solo di dono. Ci chiedi anche l'arte dell'accoglienza, per nutrirci di chi, spesso senza saperlo, in nome tuo, si dona a noi. Non ci hai comandato di amare gli altri, e basta, ma di amarci "gli uni gli altri", in una melodia di reciprocità, la sola capace di generare musiche felici. 


 

venerdì 26 maggio 2017

Eternamente presente. Ascensione: libere riflessioni sul significato.

"Perchè state a guardare il cielo?". Una domanda irriverente, quasi beffarda, quella che Luca pone sulle labbra dei due uomini in veste bianca. Domande che nel suo Vangelo tornano: "Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?".  Sembra che l'ovvietà non debba essere la caratteristica dei discepoli. Si, perchè è ovvio e spontaneo guardare il cielo mentre il Maestro sale tra le nubi, è ovvio e spontaneo restare a bocca aperta e fissare increduli un evento che lascia esterrefatti, è ovvia e spontanea la reazione di chi cerca la presenza di un cadavere nel luogo in cui in genere si trova, la tomba. 
Eppure l'evangelista ci chiede di assumere atteggiamenti non scontati: Gesù non lo si cerca tra i morti, in un al di là celebrato da una tomba sepolcrale; Gesù non lo si aspetta come un dono preconfezionato pronto a scendere dal cielo ogni volta che lo si invoca; Gesù non si trova lontano dalle fatiche quotidiane degli uomini, dai loro travagli inquieti, lontano dalle gioie e dai dolori che compongono la gamma estesa del sentire umano. 
Gesù è vivo e si cerca tra i vivi, sulla loro terra, non in cieli lontani. 
La Resurrezione ci dice che lui è presente, sempre, impossibilitato dall'amore a risultare assente. 
L'Ascensione ci dice non solo che è presente ma che il suo essere assume, attraverso la creatività dello Spirito, una forma nuova, spirituale, per la quale è impossibilitato dall'amore a distaccarsi da ogni creatura. Eternamente vivo. Eternamente accanto.


 

Presente nelle storie di difficoltà e disagio. Presente a Roma come nel cuore di Forcella. Presente nelle lacrime di un bimbo. Presente nello stupore di un anziano. Presente in una storia d'amore d'altri tempi. Presente in un matrimonio ricostruito su precendenti fallimenti. Presente nella voglia di vivere di un'amica che combatte contro un cancro. Presente nell'inquietudine di un credente che non si accontenta di una chiesa clericale. Presente, sempre e comunque tra le vicende della nostra vita personale e nelle pieghe della storia umana. Ignazio di Loyola lo diceva: cercarlo e trovarlo in tutte le cose.   E in questa eterna presenza accanto all'uomo cosa dice, cosa fa? Afferma il grande artista, missionario, medico, Albert Schweitzer: "Egli viene a noi come uno sconosciuto, senza nome, come venne allora, sulle sponde del lago, verso quegli uomini che non lo conoscevano. Dice la stessa parola - Seguimi - e ci indica le opere che vuole compiere nella nostra epoca. Ci comanda e, a quei savi o semplici che gli ubbidiranno, si farà conoscere nei compiti, nei contrasti, nelle sofferenze che dovranno sopportare in sua compagnia e, come per mistero ineffabile dalla propria esperienza apprenderanno chi è lui".
 

venerdì 19 maggio 2017

La fatica dei mattoni e la manifestazione del Risorto: libere riflessioni su Gv 14,15-21

"Chi ama me anche io lo amerò e mi manifesterò a lui" ma in cosa consiste amarlo? Nell'osservare i suoi comandamenti. Non qualche comandamento in generale, ma i suoi. Non un codice preesistente ma i comandamenti che Gesù ha donato, con le sue parole, con la sua vita. 
Nel Vangelo di Giovanni sono principalmente due: amatevi gli uni gli altri, lavatevi i piedi gli uni gli altri. Queste condizioni di apertura del cuore, di disponibilità ad accogliere l'altro e lasciarsi accogliere da lui, questa volontà generosa di "farsi schiavo" del bene altrui diviene la condizione necessaria per ricevere la manifestazione del Risorto. 

 

Credo che una pecca della tradizione religiosa a cui appartengo, sia quella di aver ridotto un mistero di amore ad un insieme di codici dottrinali, elevando l'adesione intellettuale a delle verità stabilite ad assoluto e separando la verità dall'amore. 
Ieri ad un incontro di preti me ne accorgevo: si parlava di divorziati risposati, di situazioni di fragilità e altro ancora. Eppure l'atteggiamento di fondo (non è colpa nostra, sono secoli di sedimentazione) è quello di chi deve giudicare chi ha ragione, chi è degno, di chi deve essere arbitro della grazia, quasi come se il Signore per donare l'amore di cui è fatto avesse bisogno del nostro placet, e attendesse magari che venissero prima risolti i "dubia" di qualche porporato amante del carnevale.   
Il fatto è che per conoscere il Risorto devi fare esperienza di un amore che libera, guarisce, che allarga gli orizzonti, che dona e perdona, senza la pretesa di condanne senza appello, sempre pronto ad indicare che alcune strade che portano alla morte ma con l'atteggiamento amante e disarmato di chi lo fa per condurre alla vita, di chi anche dietro un apparente no sa mostrare il grande si di Dio all'uomo, ai suoi bisogni di salvezza, ai suoi desideri di amare ed essere amato.
Per grazia di Dio non siamo orfani: lo Spirito della verità (al singolare, si noti) rimane in noi, dentro il nostro cuore, per spingerci a non arrenderci, a non smettere di cercare, per invitarci attraverso inedite creatività a costruire nuove case con mattoni impostati di pace e di giustizia, di tenerezza e di accoglienza. 
Se vuoi conoscere il Risorto non devi temere la fatica che questi mattoni donano a chi vuol lavorare alla causa del Regno: tanto prima o poi si scopre che ne valeva la pena di spendersi e donarsi perché sotto la superficie ruvida del materiale da costruzione vi è un terreno dolce, che custodisce il  seme di una vita nuova, bella, piena, eterna. La vita che il Risorto, a piene mani, ci ha donato.

domenica 14 maggio 2017

Una fiducia incrollabile, il Dio di Gesù. Libere riflessioni su Gv 14, 1-12z

Chi ha visto me ha visto il Padre. E' una frase rivoluzionaria. Che mette paura. Gesù ci sta dicendo con una chiarezza estrema che per capire cosa Dio pensa, vuole, desidera, occorre guardare a ciò che pensa, vuole, desidera Gesù. Per comprendere come Dio agisce occorre guardare a come ha agito Gesù. Tutto questo, in ogni tempo, ha messo paura perché in qualche modo ha sottratto i discepoli alle credenze religiose fondate su un sistema rassicurante di potere, culto e riti per restituirli all'essenziale: una fiducia incrollabile in un Dio che è amore, che pone come fondamento di tutto l'amore reciproco e il perdono incondizionato, che insegna che la strada della non violenza e del dono gratuito può portare alle estreme conseguenze e passare perfino dalla morte, trasformata dall'amore in un porta dolce spalancata su una vita nuova, la resurrezione. 
Questo il messaggio di Gesù di Nazareth. Questo ciò che il Padre è, pensa, vuole, agisce. Un messaggio profondo che lo Spirito continua a proporre dentro e fuori dal tempio, per le strade dei poveri e attraverso l'inquietudine di chi ricerca, tramite l'onestà intellettuale di chi scruta la Parola e i segni dei tempi e con l'aiuto di coloro che non si allineano e non si accontentano di seguire sterili dottrine. 

Papa Francesco sembra, pur attraverso momenti (forse inevitabili) di confusione comunicativa, voler ricondurre i discepoli del Maestro di Nazareth a questo fondamento cristiano, superando teologie che nel corso dei secoli sono arrivate a presentare un Dio orribile, violento e vendicativo, caratterizzato da un potere minaccioso e distruttivo, e pertanto bisognoso di essere addolcito e mitigato dalla figura di Maria. L'altro ieri a  Fatima Francesco ha detto:  Quale Maria? Una Maestra di vita spirituale, la prima che ha seguito Cristo lungo la “via stretta” della croce donandoci l’esempio, o invece una Signora “irraggiungibile” e quindi inimitabile? La “Benedetta per avere creduto” sempre e in ogni circostanza alle parole divine (cfr Lc 1,42.45), o invece una “Santina” alla quale si ricorre per ricevere dei favori a basso costo? La Vergine Maria del Vangelo, venerata dalla Chiesa orante, o invece una Maria abbozzata da sensibilità soggettive che La vedono tener fermo il braccio giustiziere di Dio pronto a punire: una Maria migliore del Cristo, visto come Giudice spietato; più misericordiosa dell’Agnello immolato per noi?

Il punto è proprio qui. 
Il Cristo non è un giudice spietato ma la via da seguire, intrecciando il proprio sentiero al suo fino ad arrivare, grazie alla sua presenza dentro il cuore di chi lo accoglie, a scoprire nuovi sentieri, con fedeltà creativa: lui ce l'ha detto, "farete cose più grandi di me". 
Il Cristo non è uno dal quale si ottengono, mediante processioni e rosari,  e la raccomandazione di qualche buon santo, favori a basso costo ma è piuttosto la vita da accogliere e da comunicare, una vita fatta di rischio, dinamicamente chiamata a mettersi in gioco per vivere l'avventura di un amore che ci restituisce al Padre e ai fratelli. 
Il Cristo non è il braccio michelangiolesco pronto a scagliare saette e fulmini sugli uomini, i quali, come la storia dimostra, per farsi del male e punirsi stupidamente  non hanno affatto bisogno di Dio ma è piuttosto la verità, che va accolta nella sua potenza scandalosa e nella sua bellezza attraente, verità che non significa insieme di dottrine ma piuttosto compendio di ciò che è l'origine e il fine dell'universo, di ciò che è essenziale per vivere e morire con fiducia: l'amore. 

In nome di questo Dio nessuno si può condannare, nessuno si può escludere, nessuno si può ghettizzare. Ma soprattutto nel nome di questo Dio, che Gesù con la sua vita di laico marginale ci ha mostrato, non si può comandare, né la coscienza né il portafogli. 
In nome di questo Dio si può solo amare.

sabato 13 maggio 2017

Amore che fa crescere, la vera festa!

Festa della mamma. Festa de papà. Festa dei nonni. Festa degli innamorati. Festa degli amici. E mai mancheranno feste per celebrare quella figura, quel tipo di amore, nel tentativo sociale di divinizzarlo, eliminando dal mito collettivo le ambiguità di cui l'amore, qualsiasi forma prenda, è sempre portatore. 

Nessuno pensi che attraverso queste parole si cerchi di distruggere o denotrizzare amori importanti, come quello materno o paterno, come quello di un partner o di un amico. Amori belli e essenziali per vivere. 

Ciò che qui si vuol dire è che il cuore colmo di gratitudine per tutto ciò che una relazione fondamentale della vita ha donato non deve far perdere di vista i mille rischi che un amore porta con sè, quando non accetta il mettersi in discussione, quando crede di essere il metro di ciò che è giusto, quando è mosso semplicemente da un proprio (spesso inconsapevole) bisogno piuttosto che da un sano e dinamico desiderio. 

Amare per bisogno significa rispondere ad un'esigenza che nasce da corpo e investe la relazione: parta sempre da qualcosa che manca a me e di cui sento necessità. Ad esempio: bisogno di  un abbraccio, bisogno sessuale, bisogno di colmare un vuoto affettivo. E i bisogni sono sacrosanti, sia chiaro: vanno trattati con delicatezza, e in modo sano occorre soddisfarli o prendersene cura quando "chiedono" ciò che fa male. 
Amare per desiderio vuol dire, invece, non guardare semplicemente al proprio vuoto interno ma dirigere lo sguardo oltre, fuori di sè, per costruire progetti, per muoversi verso un bene profondo e inclusivo, per disegnare, sovente attraverso la fatica, mappe valide per avvicinarsi il più possibile alla felicità che è tale quando non è solo mia ma include l'altro.
Credo che l'amore sano, quello che fa crescere, quello che guarisce e mette in moto la vita, è proprio di coloro che sanno accogliere i bisogni, propri e altrui, gestirli con discrezione  e lasciarsi muovere dal desiderio profondo, superando il meccanismo che fa dell'input un assoluto e accettando di giocarsi  la sfida dell'output. 

Quando c'è solo una dinamica di ingresso, quando anche l'amore che esce è un'altra forma che sbrana e divora, seppur vestita di dolcezza o sensualità, di religiosità o di mitologia, allora siamo in presenza di un'ambivalenza terribile. Causa non più di crescita e di vita ma di angoscia e di blocchi. 

In ultimo un consiglio non chiesto ( il Faber direbbe che è ciò che si dona quando si è esaurito il cattivo esempio): nessun amore è perfetto, ognuno di noi ha qualcosa da donare e qualcosa da farsi perdonare, ognuno di noi è mosso da desideri di vita accompagnati spesso da movimenti di morte, ognuno di noi fa l'esperienza di voler amare e essere amato e spesso si rende conto che invece di farlo divora o viene divorato, o, peggio ancora, ignora e viene ignorato. Allora come muoversi nel circolo di amore che in ogni caso è questa vita ?  
 
Occorre camminare evitando la distinzione in buoni e cattivi, in giusti e sbagliati e accettando che l'unica vera differenza che contraddistingue gli umani è tra chi accetta di mettersi in discussione lavorando su di sè e coloro che invece si credono più assoluti e infallibili di un dogma papale. 
Di questi ultimi amori, a qualsiasi categoria appartengano, abbiate sempre timore perché sono quelli che investono e non trattano, urtano e non negoziano, creano cloni di morte e non differenze di vita. E nel loro circolo si può restare sani solo se si conserva o si acquisisce un minimo di criticità.
Quando invece incontrate coloro che hanno capito di non essere Dio, coloro che accettano che l'aratro del cuore è il miglior strumento per crescere e far crescere, accogliendo l'auto discussione e il confronto come criterio fondante del vivere, quando incontrerà coloro che escono dalla logica dei mille bisogni inconsapevoli per imparare l'arte fragile del desiderio: beh, insieme a costoro potete costruire qualcosa di bello, di duraturo e di prezioso. È queste persone che vorrei si festeggiassero perché è grazie a loro che questa società  mantiene, pur nelle difficoltà, un livello di accoglienza capace di consentire la vita. E allora, se si tratta di loro, che sia festa della mamma, del papà e degli innamorati, degli amici e dei nonni. Ma senza di loro è bene che ce lo diciamo: non c è nulla da festeggiare! 

sabato 6 maggio 2017

Condotti fuori da recinto. Per accogliere e donare vita. Libere riflessioni su Gv 10, 1-10

"Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". Uno scopo preciso. Una dichiarazione di intenti. Un obiettivo concreto. Generare, donare, creare vita. Non una vita a morsi, rubacchiata qua e là attraverso qualche esperienza sbalorditiva o una mistica pratica ascetica. La vita che vuole donarci il Maestro è una vita abbondante, piena, libera, potente. Una vita che non va conquistata ma accolta, se possibile con tutte e due le mani, tanto grande è la sua abbondanza. 

Gesù di Nazareth stupendoci continuamente, oltre a mostrare una grande fiducia nel progetto di amore del Padre, manifesta una fede immensa nella capacità dell'uomo di accogliere la vita, di entrare in una logica di abbondanza, dove ciò che possiedi è talmente tanto che non puoi permetterti il lusso di non condividerlo. Il dono di una vita abbondante spinge inevitabilmente colui che lo riceve a donare a sua volta vita a chi lo circonda, come un bicchiere straripante d'acqua,  che non può con le sue gocce non bagnare tavolo e tovaglia. Così la logica del Maestro laddove viene accolta, attraverso un circolo di vita continuo e gratuito, costruisce pian piano, in una storia spesso fatta di "ladri che rubano, uccidono, distruggono", un regno di solidarietà e di amore, di giustizia e di pace: il Regno di Dio. In questo regno il pastore è uno solo: colui che dona la vita, restando fedele al messaggio di amore del Padre, testimoniando un disegno creatore che mette al centro il servizio e non il potere, la mitezza e non la violenza, l'accoglienza delle fragilità e non il giudizio ipocrita. 






La voce del Pastore errante risuona nel cuore di coloro che decidono di seguirlo: stranamente non li pone in luoghi sicuri, in recinti protetti o spazi sacri. Ma li conduce fuori, laddove la vita nasce, cresce, fruttifica, non di rado tra fatica e difficoltà.

Il Pastore conduce fuori i suoi per nutrirli e per nutrire, per amarli e insegnar loro ad amare tutti. Senza distinzione. Perché tutti hanno bisogno di amore e di vita. Tutti hanno bisogno di un pascolo di vita fresca e di una carezza dolce da ricevere e donare. 

Diffidate di tutti coloro che in nome di un Dio dai tratti poco evangelici, spesso per brama di potere o peggio per proprie derive nevrotiche,  chiedono soltanto rinunce e mortificazioni, atteggiamenti rigidi e pietistiche ipocrisie: la voce del Pastore ha il suono di una cascata d'acqua fresca, di un filo di erba verde, di una storia d'amore che genera vita.